Rwanda – Sant’Egidio lavora per la speranza e la riconciliazione a vent’anni dal genocidio

A vent’anni dal genocidio che sconvolse il Rwanda la Comunità di Sant’Egidio del paese delle “mille colline” partecipa in modo speciale alla memoria di quei tragici avvenimenti. Preghiere ed incontri coi sopravvissuti sono state organizzate nelle città principali del paese, ovunque la Comunità è presente: Kigali, la capitale, Butare, Kabgayi, Gicumbi, Ruhengeri. 
Del resto la memoria del genocidio non è questione di un giorno. Essa segna, e da tempo, il servizio ai poveri che Sant’Egidio svolge in differenti contesti, nelle periferie esistenziali e umane del paese. E’ un servizio che intende aiutare la società rwandese a rimarginare le ferite del genocidio, a porre in essere una vera e propria riconciliazione, a ritrovare fiducia e speranza nell’uomo e nel futuro.
E’ vero che la guerra è madre di tutte le povertà. E’ evidente, tutto questo, nel Rwanda del dopo-genocidio. Oggi molti “ragazzi di strada” sono figli degli orfani di quei terribili cento giorni, altri provengono da famiglie che hanno sofferto la conflittualità interetnica. Mentre, d’altra parte, tra gli anziani in tanti non hanno più figli, sempre a causa del genocidio, ed essere “sopravissuti”, per loro, è divenuta quasi una maledizione, la condanna a non avere nessuno che si prendesse cura di loro nel momento della debolezza.
Adele, un’anziana che nel ’94 fu costretta a fuggire in Burundi, e a cui sono stati uccisi tutti i figli, ha detto: “Sono molto grata a Sant’Egidio che vi insegna ad amarci e vi manda a trovarci. Vorrei poter vivere per sempre questi momenti di affetto e di amicizia”. E Rosa, di 95 anni, anche lei senza discendenti perché uccisi durante il genocidio, ha aggiunto: “Vi voglio tanto bene. Vorrei poter vedere questo Sant’Egidio e abbracciarlo. Vi ha educato bene ed il Rwanda ha molto bisogno di voi”.
Tra i tanti che la Comunità ha incontrato ci sono dei giovani, già bambini delle Scuole della Pace che all’epoca erano figli sia dei sopravvissuti, sia di coloro che avevano partecipato alle stragi. Nelle Scuole della Pace, come nella Casa Famiglia di Butare dove si accolgono i ragazzi di strada, è cresciuta una generazione nuova, che crede nella solidarietà e nella pace, senza alcun pregiudizio etnico. Bambini hutu e tutsi sono cresciuti insieme e aiutano oggi, a loro volta, i bambini in difficoltà. Ecco i protagonisti di una nuova cultura della pace che continuano a diffondersi e che fa ben sperare per il futuro di tutti.

 

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