Adjumani, Uganda – Una scuola per restituire il futuro ai profughi del Sud Sudan

Gli scontri che insanguinano il Sud Sudan spingono gruppi di profughi verso sud, verso l’Uganda. Circa 200 persone al giorno attraversano il confine e si stabiliscono nei campi che si stanno approntando nelle regioni settentrionali dell’Uganda.
Ad Adjumani, una di tali province di confine, è da tempo presente una comunità di Sant'Egidio che, vista la sofferenza delle popolazioni sud sudanesi, ed in particolare il bisogno di scolarizzazione dei più piccoli, si è attivata in tal senso, coinvolgendo pure la comunità madre di Roma e l’insieme dell'associazione laicale. 
I rifugiati dal Sud Sudan nella regione di Adjumani sono oltre 80.000, in massima parte dinka, divisi tra 15 campi, i più grandi e popolati dei quali sono i due di Nyumanzi. Il sovraffollamento crea problemi di tutti i tipi, che si aggiungono alla sofferenza di chi ha perso tutto in poche settimane.
Tra quanto si è perso, la scuola. Ecco perché Sant’Egidio ha pensato di restituire almeno questo alla gran massa di profughi di Nyumanzi. La scuola è presupposto di speranza e di futuro, è un investimento sulle giovani generazioni (in particolare sui bambini, 6000 delle 20000 presenze nel campo), una scommessa sul fatto che la guerra non sarà l’ultima parola nella storia della regione
Tutte le comunità del mondo hanno sostenuto e continueranno a sostenere, in collaborazione con la diocesi di Arua, una scuola elementare che si pensa di organizzare in più classi, sotto grandi tende. Un’iniziativa che servirà anche a recuperare e a motivare professionalità preziose, quelle degli insegnanti, profughi anch’essi, non più condannati a vivere aspettando gli aiuti internazionali, ma messi nelle condizioni di riprendere a lavorare per il futuro della propria gente.
Per chi volesse leggere il resoconto della visita degli inviati di Sant’Egidio a Nyumanzi si rinvia al sito www.santegidio.org.

 

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Gulu (Uganda) – La storia di Ojey: come la Scuola della Pace guarisce le ferite della guerra

Ojey (non è il suo nome, ma lo chiameremo così) è cresciuto in un tempo difficile per il Nord Uganda.
La guerra civile terrorizzava la popolazione, e le zone rurali, soprattutto di notte, erano ostaggio di violenze e sequestri. Per bambini e adolescenti gli incubi tornavano a ogni nuova notizia di rapimento. Ogni sera erano in centinaia a muoversi coi loro fagotti dai villaggi acholi per trovare una sistemazione più sicura nelle strade affollate di Gulu.
Ojey aveva sette anni. Abitava alle porte di Gulu con la famiglia e non aveva bisogno di spostarsi la notte. Almeno così credeva, fino a quando una sera i ribelli entrarono nella sua casa e gli uccisero i genitori.
Ojey non racconta molto di quanto accaduto quella notte
, per vari anni si è chiuso in uno stretto riserbo. 
Fatto sta che il bambino si ritrova da solo. Si aggira per le vie di Gulu, si arrangia come può. Si unisce ad altri bambini e ragazzi di strada.
Un giorno, però, si ferma davanti alla Scuola della Pace della Comunità di Sant’Egidio. Lo fa per curiosità. Ma poi sono tutti gentili con lui. Gli piace fermarsi, guardare quel che succede, fermarsi a leggere e a scrivere.
Alla Scuola della Pace diviene una presenza fedele, puntuale. Conosce pure gli amici italiani della Comunità e scrive loro frequentemente. In ogni lettera il suo inglese migliora e anche le sue parole e i suoi pensieri si fanno più chiari, come se uscissero da un passato buio e doloroso e guardassero a un futuro diverso.
Scrive: “Noi Giovani per la Pace di Gulu, in Uganda, siamo molto contenti di comunicare con voi tramite questa lettera. Come state? Noi bene. E con l’amicizia potremo crescere ancora. Vogliamo chiedervi: Come potremo crescere noi giovani di diverse parti del mondo? E come potremo rendere migliore il mondo? Da parte nostra noi lo facciamo attraverso le nostre riunioni sul Vangelo, le nostre preghiere, visitando i malati negli ospedali, i prigionieri, aiutando i poveri e gli anziani. Attraverso tutto questo potremo rendere migliore il mondo. Il mio sogno è cambiare il mondo, perché gli uomini non debbano più soffrire a causa della povertà e della violenza”. 
Grazie all’aiuto ricevuto nell’ambito del programma di adozioni a distanza di Sant’Egidio, Ojey ha potuto iniziare a studiare, ha fatto progressi importanti. C’è stato molto da recuperare, ma lui si è impegnato tantissimo. 
Per il resto c’è la grande passione del calcio, cui dedica il tempo libero, il tifo per il Chelsea – ma ai mondiali O. è un grande tifoso dell’Italia! -. Ma soprattutto la possibilità di un futuro diverso: a breve Ojey inizierà una scuola professionale per imparare a fare il meccanico.

 

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