Quella dei minori in carcere è una delle più gravi sfide che i sistemi di detenzione africani devono affrontare.
Le condizioni di vita presenti in molte delle prigioni del continente, il sovraffollamento, i precari standard igienici, le limitazioni che riguardano il vettovagliamento e il rifornimento di sapone e vestiti, una certa qual debolezza delle garanzie giuridiche, già pesanti per chiunque, sono ancor più dure e penalizzanti per quel piccolo popolo di minori che è detenuto nelle carceri africane.
Ciò che spesso manca è un pilastro della civiltà giuridica, la consapevolezza che il minore, anche se ha sbagliato, è un prigioniero cui rapportarsi in maniera diversa, la cui prigionia deve prevedere la frequenza di una scuola, deve tendere a percorsi di riabilitazione. Ciò che manca è uno sguardo differente, aperto al futuro, che indichi nuove strade a ragazzi disincantati o disperati, che crei un orizzonte e dei legami per un’umanità ancora bambina, privata di un normale tessuto affettivo.
E’ su questa frontiera che si situa l’impegno delle comunità di Sant’Egidio africane nelle ali minorili dei penitenziari africani. E’ quello che, ad esempio, e lo leggiamo sul sito della Comunità, www.santegidio.org, fa la comunità di Niamey, in Niger.
“Le condizioni di vita nel carcere di Niamey sono estremamente precarie”, leggiamo: “I detenuti, alcuni di loro anche giovanissimi, mancano praticamente di tutto, dai vestiti al sapone. Anche il cibo scarseggia”.
E però il sabato mattina, con l’arrivo dei loro amici della Comunità, per quei ragazzi nigerini la prospettiva cambia: “Ogni visita è un'occasione preziosa per parlare, raccontare i propri problemi, ma anche per riscoprire la bellezza dell'essere insieme: immancabili ogni settimana la partita di calcio e il pranzo, portato da fuori, che fa la differenza col menù degli altri giorni. L’amicizia cambia le persone, allevia la sofferenza e, nell’attesa del prossimo sabato, fa sognare una vita migliore”.
La scuola, infatti, oltre a fornire una chiave d’accesso nel nuovo mondo che il migrante si trova a esplorare, a facilitargli la ricerca di un lavoro e di una sistemazione più dignitosa, è anche lo strumento principe grazie al quale si riesce a passare sopra le differenze, a scoprire nell’Altro il Simile, a trovare un terreno comune d’incontro che allontani le tentazioni e rischi della contrapposizione. La scuola è il fronte sul quale si vince la battaglia dell’integrazione e della convivenza tra uomini e donne differenti in un mondo globale, in un tempo liquido.
più generale ripudio della violenza, della vendetta, del meccanismo del capro espiatorio.
insistito sulla portata umana e giuridica della sfida costituita dall’abolizionismo.
operazioni terroristiche si fanno scudo di un vocabolario religioso.
bambini, vi abbia trovato la morte; immediatamente, all’arrivo alla rampa ferroviaria, dove avveniva la prima selezione, o dopo mesi di inumano sfruttamento in condizioni di vita inconcepibili. 
delle vittime dell'epidemia di Ebola. E ancora a Cuba, per la prima volta, in una cerimonia particolarmente suggestiva che ha ricalcato quella di Anversa e si è conclusa nella splendida cornice di Plaza de Belén, a La Habana Vieja.
E infine a Bukavu, nella Repubblica Democratica del Congo, in uno degli occhi del ciclone della tempesta violenta che scuote il mondo. Rappresentanti delle religioni e della società civile hanno partecipato alle tavole rotonde e alla cerimonia finale a Place de la Paix, affermando che la costruzione di una società pacifica è responsabilità di tutti.
perseguitato a motivo della propria fede – “Ci lasciano increduli e sgomenti le notizie giunte dall’Iraq: migliaia di persone, tra cui tanti cristiani, cacciati dalle loro case in maniera brutale; bambini morti di sete e di fame durante la fuga; donne sequestrate; violenze di ogni tipo; distruzione di patrimoni religiosi, storici e culturali. Tutto questo offende gravemente Dio e l’umanità”, alcune tra le sue parole -.
sull’altare insieme alla Scrittura durante la celebrazione -, e mons. Bulos Faraj Raho, vescovo caldeo di Mosul, rapito e poi morto in prigionia nel marzo 2008.